
Sono convinta da tempo che le mostre più interessanti non rispondano alle domande del loro tempo, ma a quelle del nostro. I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa, progetto di Bernard Aikema a cura di Carlotta Striolo, raccoglie a Palazzo Reale più di ottanta opere tra dipinti, disegni e stampe. Racconta come una famiglia di Anversa, in tre generazioni, abbia inventato le categorie con cui ancora oggi guardiamo le immagini: il paesaggio, la natura morta, la scena di genere. A me ha parlato soprattutto di altro: di macchine che imparano a vedere.
Ho preso appunti, sala dopo sala. Eccone sette.

1. Lo stile di Bosch
Nel 1557 Pieter Bruegel il Vecchio disegna la Pazienza: una figura incatenata a un blocco di pietra, circondata da un mondo che va in pezzi. Un messo papale, riconoscibile dal cappello cardinalizio e dalle chiavi di san Pietro, cavalca un uovo gigante. L'editore Hieronymus Cock aveva capito che il mercato voleva Bosch, morto da quarant'anni, e Bruegel glielo diede. Più tardi suo figlio Jan venderà ai cardinali romani la fama del padre come “secondo Bosch”.
Prima ancora del talento, c'era una richiesta di mercato: nello stile di Bosch. Oggi lo scriviamo in un prompt.

2. Scimmiottare
Il Venditore ambulante addormentato derubato dalle scimmie, del 1569, è un'incisione in cui l'unico essere umano dorme. Tutto il resto è imitazione. Una scimmia si guarda allo specchio, un'altra si prova gli occhiali, altre suonano. Il catalogo vi legge i cinque sensi messi in scena da creature che riproducono i gesti umani senza conoscerne il significato.
Il dettaglio che preferisco è un altro: anche la composizione non era originale. Bruegel riprendeva una tradizione medievale e ne conservava i motivi più triti, compresa la scimmia che defeca nel cappello del mercante. Il maestro, prima di tutto, era un formidabile ricombinatore di dati.

3. Un modello addestrato su un modello
Il Giudizio universale che Jan Brueghel dipinge su rame nel 1601 sta in un palmo. La sua genealogia, invece, è un albero: un Bosch perduto, poi un disegno di Pieter del 1558, poi un Giudizio dell'amico Rottenhammer, conosciuto tra Roma e Venezia e presentato da Jan al cardinale Federico Borromeo. Ogni strato aggiunge e corregge. Nella nostra lingua: fine-tuning.
4. La luce degli occhi
Nel 1584 il trattatista milanese Lomazzo scriveva che all'ingresso dell'Ade la sola luce è quella riflessa dall'acqua «e da gl'occhi di molti animalacci che ivi stanno nel fango appiattati». Dieci anni dopo, a Roma, Jan dipinge su rame due piccoli Inferi: Enea e la Sibilla, e il concerto di Orfeo per Plutone e Proserpina. In basso a destra del primo, un occhio azzurro circondato di aculei fissa chi guarda.
Lomazzo sosteneva che la pittura supera la poesia perché può generare un'infinita varietà di forme, oltre i confini tra naturale, artificiale e immaginario. Il rospo con l'elmo e la tartaruga con la cresta di gallo sono la prova. Oggi le chiamiamo allucinazioni e cerchiamo di eliminarle. Nel Cinquecento le collezionavano i cardinali.

5. L'imperfezione del dato
Jan scrive da Anversa che i fiori si possono dipingere solo da marzo ad agosto, inseguendo le fioriture una per una. Poi li riunisce nello stesso vaso: iris, narcisi e tulipani che in natura non si incontrano mai. È uno spazio latente fatto a mano.
C'è una lettera del 1608 in cui promette al Borromeo un quadretto con “tre tulipans”. Gli studiosi la collegano a un dipinto che di tulipani ne ha di più. Il dato non torna, e quell'eccedenza è la parte più umana del quadro. Un secolo dopo Rachel Ruysch, figlia di un anatomista collezionista di rarità, porta il genere all'estremo e nasconde tra le peonie una lumaca. Un modello la lumaca la toglierebbe.


6. Knowledge cutoff: 1620
Il quadro che più mi ha colpita è l'Allegoria della pittura di Jan Brueghel il Giovane. È una stanza-archivio: decine di quadri alle pareti, disegni a terra, i ritratti di Michelangelo, Raffaello, Dürer, Van Eyck e del capostipite Pieter. Al centro la Pittura completa una ghirlanda di fiori.
Lo storico Gary Schwartz ha notato che nessuna delle opere raffigurate è successiva al 1620. Il quadro sarebbe quindi la copia di un originale perduto del padre, dipinta dal figlio dopo il 1625, quando rientrò in fretta dall'Italia per prendere in mano la bottega. Un'immagine con una data di aggiornamento dei dati incorporata, un knowledge cutoff. Il figlio continua il padre usando il suo archivio, come facciamo noi quando chiediamo a una macchina di continuare il mondo con quello che ha già visto.

7. Chi si volta
Nella taverna di Adriaen Brouwer, del 1625 circa, tutti danno le spalle allo spettatore. Uno solo, in completo rosa e berretto rosso, si gira con il boccale in mano, come a riconoscere qualcuno che entra. Sulla parete di fondo è appesa la caricatura di un profilo: un'immagine dentro l'immagine, che osserva la scena.
Mi sono chiesta se un giorno le macchine sapranno fare immagini così belle. Credo di sì: la mostra dimostra che la bellezza si può addestrare, copiare, ereditare, vendere. Il problema è un altro. Ogni immagine qui è stata fatta per uno sguardo disposto a restare, e la domanda giusta non è se la macchina saprà dipingere, ma se noi sapremo ancora fermarci. L'uomo in rosa, intanto, continua a voltarsi verso chiunque entri.

Visitare la mostra
«I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa»
Palazzo Reale, Piazza del Duomo 12, Milano
29 settembre 2026 – 31 gennaio 2027
Progetto di Bernard Aikema, a cura di Carlotta Striolo
Promossa dal Comune di Milano – Cultura, prodotta da Palazzo Reale e 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE
Da martedì a domenica 10:00–19:30, giovedì fino alle 22:30, lunedì chiuso
Informazioni e biglietti: palazzorealemilano.it







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