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Vertigini Journal

8 ottobre 2026

4 min di lettura

Matisse al Mudec: il mondo in una stanza, la stanza come archivio

Matisse al Mudec: il mondo in una stanza, la stanza come archivio
8 ott
Tempo di lettura: 4 min

Una mostra può cominciare da una domanda. Quella del Mudec è semplice e, a pensarci, urgente: che cosa c'è nella stanza di un artista prima che ci sia un quadro? «Matisse. Il mondo in una stanza», a cura di Ellen McBreen e Chiara Gatti, risponde con circa cento opere in otto sezioni. Accanto ai dipinti, alle carte e alle sculture mette gli oggetti e i tessuti che Matisse teneva intorno a sé e guardava ogni giorno.

È una mostra su Matisse, ed è una mostra su come si forma un linguaggio. L'arte africana, islamica, russa, cinese e del Pacifico è trattata qui come la forza che ha costruito dall'interno la sua pittura, e con essa una parte del modernismo occidentale. I prestiti arrivano dal Philadelphia Museum of Art, dal MoMA, dal Musée d'Orsay, dal Musée de l'Orangerie, dal Musée Picasso, dal Musée du Quai Branly, dal Bargello e dalla Pierre and Tana Matisse Foundation.

Henri Matisse, Jeune fille assise, robe persane, 1942
Henri Matisse, Jeune fille assise, robe persane, 1942. Olio su tela, 43 x 56 cm. Musée national Picasso, Parigi. Credito foto: RMN-Grand Palais / Mathieu Rabeau / Dist. Foto SCALA, Firenze

La biblioteca di lavoro

Matisse nasce a Le Cateau-Cambrésis e cresce a Bohain, un paese di tessitori. Conosce le stoffe prima della pittura. Per tutta la vita ne compra: tendaggi nordafricani, tessuti kuba del Congo, sete, ricami, una camicetta romena. Chiamava questa raccolta la sua «biblioteca di lavoro». Il Mudec espone oggetti e tessuti in prestito dal Musée Matisse di Nizza e dal Museo delle Civiltà di Roma, tra cui pezzi della collezione a cui era più legato.

L'espressione merita attenzione. Una biblioteca si consulta, ci si ritorna, la si riordina. Da una stoffa Matisse prendeva un ritmo, un intervallo, un modo di affidare lo spazio al motivo. Nel risultato la fonte resta visibile, e resta visibile la distanza percorsa.

Musciarabia blu e verde dalla collezione di tessuti di Matisse, Musée Matisse Nice
Musciarabia blu e verde, Nordafrica, India settentrionale o Turchia (?), fine XIX – inizio XX secolo. Cotone, ricamo applicato con parti traforate, 217 × 212 cm. Musée Matisse Nice. Photo: © Musée Matisse Nice / François Fernandez

Cinque date

La mostra si può leggere come una cronologia di incontri.

  • 1906, Parigi: compra una piccola scultura africana e la mostra a Picasso.

  • 1910, Monaco di Baviera: va a vedere la grande esposizione di arte islamica.

  • 1911, Mosca: invitato dal collezionista Sergej Ščukin, scopre le icone russe medievali.

  • 1912–1913, Tangeri: due soggiorni in Marocco. Il Mudec espone una sequenza di fotografie scattate da lui, finora inedite.

  • 1930, Tahiti: guarda la luce e la laguna, e non dipinge quasi nulla.

L'ultima data è la più importante. «Océanie», il dittico monumentale esposto a Milano, è del 1946: sedici anni dopo il viaggio. Per Matisse il viaggio continuava nella stanza, e la memoria portava a termine il lavoro cominciato dall'occhio.

Henri Matisse, Odalisque, 1925
Henri Matisse, Odalisque, 1925. Olio su tela, 46 x 38,5 cm. Milano, Museo del Novecento, Collezione Jucker. Credito foto: Copyright Comune di Milano. Tutti i diritti riservati. Foto Studio Marco Bertoli-Milano @studiomarcobertoli

Mondialità

Édouard Glissant distingueva la globalizzazione, che rende tutto uguale, dalla mondialità, che tiene in relazione le differenze senza scioglierle. Questa mostra sta dalla parte della mondialità, e il suo metodo è la precisione. Dà un nome a ciò che altre mostre hanno raccolto sotto la parola «Oriente»: gli arabeschi islamici, le geometrie dell'abito romeno, le maschere Gelede degli Yoruba, le icone russe medievali.

Nominare una fonte è già riconoscere un debito. Le curatrici vanno oltre e invitano a rileggere i prestiti di Matisse in una prospettiva postcoloniale, mettendo sotto esame le parole alterità, primitivismo, orientalismo. Matisse ha preso da culture a cui nessuno aveva chiesto il permesso. La mostra lascia questo fatto accanto alla bellezza delle opere, e chiede al visitatore di tenere insieme le due cose.

Tapa, tessuto di corteccia da Uvea, Polinesia
Tapa, tessuto ricavato da corteccia, Uvea (Wallis e Futuna), Polinesia, XX secolo. 256 × 197 cm. Musée du quai Branly – Jacques Chirac, Parigi. Credito foto: RMN-Grand Palais / Claude Germain / Dist. Photo SCALA, Firenze

Disegnare con le forbici

Nel 1941 una grave operazione costringe Matisse a vivere in gran parte a letto e su una sedia a rotelle. Comincia a tagliare direttamente fogli di carta dipinta: lo chiamava disegnare con le forbici. Ne nascono «Jazz», pubblicato nel 1947, poi «Océanie», poi la Cappella del Rosario di Vence, terminata nel 1951, dove vetrate, pareti e paramenti formano un'opera sola. Il Mudec espone le tavole di «Jazz», i libri illustrati per le «Poésies» di Mallarmé e per «Pasiphaé» di Montherlant, e disegni ed elementi decorativi per Vence.

Uno strumento nuovo è arrivato tardi e ha prodotto un linguaggio nuovo. In quegli stessi anni Matisse scriveva che l'esattezza non è la verità. Sono due idee da portare fuori dal museo.

Henri Matisse a Villa Le Rêve, Vence, 1946, fotografato da Hélène Adant
Hélène Adant, Henri Matisse, Villa Le Rêve, 1946. Photo: Archives Henri Matisse

Che cosa porta a casa uno studio di AI

Vertigini Studio costruisce immagini di moda con l'intelligenza artificiale. Un modello generativo è, alla lettera, un mondo in una stanza: milioni di immagini fatte da altri, compresse in una macchina. Dal Mudec ci restano tre cose.

La biblioteca. Matisse sapeva che cosa c'era nella sua, pezzo per pezzo, e da dove veniva ogni pezzo. Chi lavora con l'AI raramente sa che cosa hanno visto i suoi strumenti. La domanda che la mostra rivolge a Matisse, di chi sono queste forme e a chi è stato chiesto, viene rivolta a noi con più forza. La mondialità di Glissant è una buona misura: un'immagine che lascia leggere le sue fonti, contro un'immagine che le scioglie in una media.

Lo strumento. Le forbici obbligavano Matisse a decidere: un taglio, un bordo, nessuna correzione. Gli strumenti generativi offrono la condizione opposta, in cui tutto è possibile e niente è deciso. Il lavoro di uno studio comincia dove la macchina si ferma, nella scelta e nel taglio.

L'esattezza. La precisione fotografica è oggi la cosa meno costosa che una macchina sappia produrre. La frase di Matisse dice dove guardare: al colore come struttura, al motivo come spazio, alla linea che dice di più dicendo meno.

Resta una domanda, ed è per chiunque oggi faccia immagini. Che cosa c'è nella nostra stanza?

Visitare la mostra

«Matisse. Il mondo in una stanza»

Mudec – Museo delle Culture, via Tortona 56, Milano

8 ottobre 2026 – 21 febbraio 2027

A cura di Ellen McBreen e Chiara Gatti

Prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE, promossa dal Comune di Milano – Cultura, in collaborazione con il Musée Matisse di Nizza

Orari e biglietti: mudec.it

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