- Veronica Mazziotta
- 2 dic
- Tempo di lettura: 5 min
November 03, 2025
“Venezia riflessa: anatomia di un corpo che non smette di mutare”
INTERVISTA A PIERPAOLO GRANDINETTI E GIANLUCA RUBINO
BY VERTIGINI STUDIO

"De l'Anatomia" performance a/v di Gianluca Rubino e Pierpaolo Grandinetti. MEET Digital Culture Center, Milano,
Come siete arrivati a voler “dissezionare” una città?
È nata prima la fascinazione per Venezia, per l’anatomia o per il gesto di mettere tutto sotto una lente?
Non esiste una risposta univoca. De l’Anatomia nasce da un incontro di ricerche personali che, pur provenendo da direzioni diverse, hanno trovato un punto di convergenza nella città di Venezia e nella sua capacità di riflettere la condizione contemporanea. Ci interessava esplorare il gesto di “dissezionare” non tanto come atto analitico, ma come modo di leggere le tensioni del presente: quelle tra memoria e oblio, tra identità e sfruttamento, tra sguardo umano e sguardo macchinico.
Venezia, in questo senso, è un simbolo: una città stratificata e fragile, emblema della velocità con cui la cultura e il territorio vengono oggi trasformati in merce, in esperienza da consumare. Attraverso il suo corpo urbano, abbiamo voluto interrogare non solo la dimensione urbanistica, ma anche i processi tecnologici e capitalistici che oggi definiscono il modo in cui osserviamo, archiviamo e abitiamo i luoghi.
Nel vostro lavoro la città viene “scannerizzata”, sezionata digitalmente.
Ma chi è oggi il vero anatomista: l’artista, l’algoritmo o l’agente immobiliare?
In De l’Anatomia cerchiamo di definire queste figure:l’artista come anatomista simbolico, che osserva, seziona e interpreta la realtà non per controllarla ma per rivelarne le strutture nascoste; l’algoritmo come anatomista cieco, che scandaglia e frammenta il mondo in informazioni senza cercarne il senso; l’agente immobiliare come anatomista del tardo capitalismo, che seziona la città per venderne i frammenti, trasformando la memoria in merce.
Ovviamente non esiste una vera figura che riprenda l’anatomista in senso tradizionale, ma piuttosto un sistema composto da parametri e interessi che agisce secondo le regole economiche della contemporaneità. L’anatomista, dunque, è una figura trasversale: non un’entità unica dotata di una propria agency, ma il risultato di un processo in cui le forze umane e non umane sezionano, archiviano e ridefiniscono continuamente la materia viva delle città.
Ci interessava esplorare il gesto di “dissezionare” non tanto come atto analitico, ma come modo di leggere le tensioni del presente: quelle tra memoria e oblio, tra identità e sfruttamento, tra sguardo umano e sguardo macchinico.

"De l'Anatomia" performance a/v di Gianluca Rubino e Pierpaolo Grandinetti. MEET Digital Culture Center, Milano,
Avete ricostruito digitalmente un teatro che non esiste più.
Ma la simulazione consola o anestetizza la perdita? In altre parole: il rendering può commuovere?
La simulazione non consola, ma rivela. Ricostruisce la realtà restituendone un’illusione di possesso, una forma di appropriazione che l’essere umano esercita da sempre, prigioniero di un antropocentrismo che fatica a immaginare alternative. In questo senso, la simulazione non guarisce la perdita: la espone, la rende visibile nel suo stesso processo di traduzione.
Se vogliamo parlare di commozione, non è il rendering in sé a commuovere, ma la sua dimensione interpretativa — quel margine in cui la tecnologia si apre alla percezione, dove la renderizzazione non è più solo rappresentazione ma soglia abitabile, spazio di transito tra memoria e immaginazione. È in quell’intervallo che l’artista può narrare, attraversando la simulazione come luogo di esplorazione e non di dominio.
Se il vostro progetto fosse un essere vivente, sarebbe un polipo veneziano o un virus informatico?
Ahahah, un polipo veneziano.

"De l'Anatomia" performance a/v di Gianluca Rubino e Pierpaolo Grandinetti. MEET Digital Culture Center, Milano,
“De l’Anatomia” smonta l’idea di Venezia come immagine da cartolina.
Ma siete più interessati a dissezionarla o a salvarla?
Niente di tutto ciò: noi osserviamo e comunichiamo. De l’Anatomia non nasce dal desiderio di salvare, né da quello di distruggere, ma dal bisogno di comprendere. Siamo consapevoli del tempo che una città come Venezia sta vivendo, così come delle tensioni più ampie che attraversano il nostro presente.
Il nostro ruolo si avvicina a una forma di attivismo silenzioso, orientato verso ciò che resta invisibile: contro l’ostruzionismo mediatico, contro le zone di privilegio che definiscono cosa merita attenzione e cosa no. L’apertura verso prospettive altre è, per noi, un gesto di riluttanza verso un sistema che ha smarrito il senso del rispetto e della complessità, un sistema saturo di mediazioni post-digitali che rendono difficile percepire ciò che ancora resiste.
L’apertura verso prospettive altre è, per noi, un gesto di riluttanza verso un sistema che ha smarrito il senso del rispetto e della complessità, un sistema saturo di mediazioni post-digitali che rendono difficile percepire ciò che ancora resiste.
Durante la performance, chi controlla davvero il corpo dell’opera — voi o la macchina?
E se fosse lei a sezionarvi, che cosa troverebbe?
L’aspetto generativo della performance, e dunque il controllo della macchina, è sicuramente centrale all’interno del lavoro, ma non è dominante rispetto alla struttura narrativa del progetto. Sono ben visibili i tentativi di portare avanti una composizione di materiali generati in tempo reale insieme a strutture concettuali che affrontano tematiche dotate di una loro linearità. L’obiettivo è stato quindi quello di costruire una narrazione lineare che però attraversasse fenomeni appartenenti alla non-linearità: stimoli visivi, sonori e multi sensoriali che si intrecciano in un flusso costante tra ordine e disordine, controllo e apertura.

"De l'Anatomia" performance a/v di Gianluca Rubino e Pierpaolo Grandinetti. MEET Digital Culture Center, Milano,
Viviamo in un’epoca in cui tutto viene “mappato”: dati, città, emozioni.
C’è ancora spazio per ciò che non può essere scannerizzato?
Ovviamente non più. Viviamo immersi in un sistema complesso di cattura in cui ogni cosa — materia, affetto, spazio — viene tradotta in dato. La realtà finisce per dissolversi nell’immagine, e l’immagine diventa a sua volta un riflesso che ci osserva. Siamo parte di un continuo feedback loop in cui osservatore e osservato coincidono, un ciclo di autoriproduzione visiva dal quale è sempre più difficile prendere distanza.
Eppure, proprio in questa saturazione, si aprono nuove possibilità. Forse lo spazio che non può essere scannerizzato non è quello che sfugge alla macchina, ma quello che la macchina stessa non può interpretare: l’errore, la deviazione, il rumore. È in quelle fratture — nei pixel mancanti, nelle ombre sbagliate — che possiamo ancora riconoscere una forma di libertà, un gesto umano che resiste all’addomesticamento dello sguardo.
È in quelle fratture — nei pixel mancanti, nelle ombre sbagliate — che possiamo ancora riconoscere una forma di libertà, un gesto umano che resiste all’addomesticamento dello sguardo.

"De l'Anatomia" performance a/v di Gianluca Rubino e Pierpaolo Grandinetti. MEET Digital Culture Center, Milano,
Se poteste restituire al pubblico un solo “organo” di Venezia — reale o simbolico — quale sarebbe?
E a chi lo affidereste in custodia?
Sicuramente non vorremmo vedere il luogo dove sorgeva il teatro in mano alle stesse circostanze che oggi minacciano l’intera città di Venezia. Lo consideriamo un organo vivente, di cui prendersi cura, ancora parte dell’apparato urbano e della sua memoria collettiva. È un luogo dotato di una propria identità e di una sua agentività, capace di continuare ad agire, anche silenziosamente, nel tessuto della città contemporanea.
di Vertigini Studio


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