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  • Writer: Veronica Mazziotta
    Veronica Mazziotta
  • Oct 19
  • 7 min read

Updated: Nov 3

November 03, 2025


In dialogo con Liana Solis, fondatrice di Galleria Matria

INTERVISTA A GALLERIA MATRIA

BY VERTIGINI STUDIO


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VS: Cominciamo dall’inizio, ma anche dalla fine: quando hai capito che avresti dovuto creare una galleria? È stata una decisione o una necessità? O, per citare Rainer Maria Rilke, era qualcosa che “doveva essere fatto” e basta?


L.S: Cominciamo dall’inizio, ma anche dalla fine… Splendido! Per rispondere, non posso che citare l'amato Rilke: non è stata una decisione ponderata o strategica, bensì la percezione di qualcosa che “doveva essere fatto”. Tuttavia, questa necessità si è trasformata in una strategia mirata. Volevo un luogo, fisico e concettuale, dove fotografia e arti visive potessero essere proposte con un’attenzione curatoriale, focalizzata sull'indagine della fragilità umana e, principalmente, sulle voci femminili. Questo era indispensabile per contrastare la limitata visibilità e l'abituale circolazione degli stessi nomi nell'ambiente, una situazione che restringe la percezione della qualità artistica. Questa esigenza è nata in parte da un vuoto storico nel sistema, ma anche da un pieno interiore, da un dovere morale e intellettuale. Matria è nata da lì: come l'esigenza di dare forma a uno spazio che potesse respirare diversamente, con la calma di chi sa che il tempo dell’arte non è mai immediato.


VS: Il nome Matria è potente, quasi archetipico. Evoca genealogie, radici, ma anche rivoluzioni silenziose. Da dove arriva questo nome? È venuto prima del progetto, o il progetto ha trovato il suo nome mentre cresceva?


LS: Il nome Matria è, in effetti, il manifesto concettuale della galleria. È venuto prima del progetto stesso, come una bussola. La radice latina mater non evoca qui solo la figura della madre in senso biologico, ma la matrice nel suo senso più profondo e figurato: la fonte, l'origine, il ventre, il luogo di gestazione e di accoglienza. Volevamo una polarità opposta alla Patria, con le sue connotazioni di confine, legge e gerarchia. La Matria è, per noi, l'antidoto concettuale: un luogo che favorisce la genealogia culturale e le rivoluzioni silenziose che avvengono attraverso la cura e la crescita. È un nome che ci impegna ogni giorno a onorare l'ospitalità e la fertilità del pensiero critico



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VS: In che modo la tua galleria è una forma di scrittura? Lo chiedo perché penso spesso alle gallerie come a libri aperti, dove ogni mostra è un capitolo. Quale storia stai raccontando — o disimparando — attraverso Matria?


LS: La trovo un'immagine bellissima e profondamente vera. Sì, credo che Matria funzioni un po’ così: ogni mostra è un capitolo, ogni artista una voce che entra in dialogo con le altre.

La scrittura che mi interessa non è lineare, non porta da un punto A a un punto B, ma circolare, frammentaria, a volte contraddittoria.

La galleria è la mia personale antologia di sguardi. Stiamo narrando la storia della complessità dell'esistere contemporaneo, con tutte le sue sfumature.

Ma, come giustamente suggerisci, è soprattutto un atto di disapprendimento. Stiamo disimparando la fretta con cui le immagini vengono consumate nell'era digitale. Stiamo disimparando la neutralità, scegliendo invece di prendere posizione sui temi di genere, di identità, di sociologia visiva. Attraverso Matria, invitiamo il pubblico a leggere con lentezza le opere, a riconoscere la stratificazione dei significati che l'artista ha saputo scrivere con la luce o con il gesto.


VS: Come scegli gli artisti? È più una questione di urgenza, di visione condivisa, o talvolta di un’intuizione inspiegabile, una specie di colpo di fulmine intellettuale o affettivo?


LS:  La scelta è un processo alchemico, un'unione necessaria di ragione e intuizione. C'è sicuramente l'urgenza tematica—la necessità che un certo dialogo venga innescato ora. C'è una base di visione condivisa—l'allineamento tra il rigore dell'artista e la nostra linea curatoriale. Ma il motore più potente è senza dubbio l'intuizione, il "colpo di fulmine intellettuale o affettivo". È quel momento in cui un'opera o una serie si impongono all'attenzione con una forza tale che sai di doverle accogliere e mostrare. È un atto di fede nel loro potenziale di innescare una conversione nello sguardo di chi osserva. Per noi, la selezione si perfeziona nella ricerca di chi non cerca di piacere, ma di porre domande; l’arte come forma di pensiero critico.


“Volevo un luogo, fisico e concettuale, dove fotografia e arti visive potessero essere proposte con un’attenzione curatoriale, focalizzata sull'indagine della fragilità umana.”

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VS: Molti parlano oggi di “art system” come di un ecosistema un po’ saturo. Tu stai cercando di creare una microclima diverso con Matria? Come immagini una galleria che possa essere anche un organismo vivo, relazionale, permeabile?


LS: L'espressione "ecosistema saturo" coglie perfettamente la sfida. Con Matria, cerchiamo di reintrodurre la dimensione dell’organismo vivo e relazionale. La nostra ambizione non è di dominare il sistema, ma di creare al suo interno un microclima dove la relazione preceda la transazione. Ciò si ottiene con la permeabilità: usciamo dalla classica torre d'avorio promuovendo talks e workshop e aprendo le porte a dialoghi interdisciplinari. Vogliamo che il nostro spazio sia un incubatore di pensieri dove il pubblico si senta invitato a partecipare, non solo ad ammirare.

Devo saper riconoscere i punti sospesi, i vuoti, le tensioni: sono questi momenti che spesso contengono la verità più intensa dell’arte. Il curatore impara tanto quanto lo spettatore, perché l’incontro con l’opera può rivelare qualcosa di me stessa o della mia percezione del mondo che non conoscevo.

VS: C’è un artista che hai esposto o vorresti esporre che ti ha insegnato qualcosa che non avevi mai capito sull’arte — o su te stessa? Raccontami quel momento.


LS: Certamente, e credo che questo accada in ogni mostra. Per me, il punto cruciale non è un singolo artista, ma la lezione costante che il curatore riceve. Il mio lavoro non si limita a scegliere opere o organizzare spazi: è un equilibrio tra struttura e apertura, tra ordine e mistero. Il mio compito è rispettarne l’intenzione dell'artista e creare uno spazio in cui il pubblico possa comprenderla pienamente.

Ricordo un’artista che, pur avendo un lungo percorso, non le aveva mai viste riunite in una configurazione spaziale capace di amplificarne la narrazione. Quando entrammo insieme nella sala completata, la sua reazione fu intensa: lacrime di meraviglia e gioia. In quel momento compresi quanto il curatore sia anche un testimone attivo e umano, capace di aiutare l’artista a cogliere il pieno potenziale del proprio lavoro.

Devo saper riconoscere i punti sospesi, i vuoti, le tensioni: sono questi momenti che spesso contengono la verità più intensa dell’arte. Il curatore impara tanto quanto lo spettatore, perché l’incontro con l’opera può rivelare qualcosa di me stessa o della mia percezione del mondo che non conoscevo. È la tensione tra ordine e caos, tra comprensione e mistero, che rende questo ruolo così stimolante e vitale.



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VS: La tecnologia — dai video alle intelligenze artificiali — sta entrando nelle pratiche artistiche in modi sempre più fluidi. Come ti relazioni tu a questi linguaggi? Pensi che abbiano già cambiato la funzione stessa di una galleria?


LS: Sai, il mio approccio all’Intelligenza Artificiale è lo stesso che ho sempre avuto con la fotografia: la vedo come un territorio da interrogare. Mi incuriosisce tantissimo, proprio perché ci obbliga a rifare i conti con i fondamenti della creazione e, soprattutto, della responsabilità creativa.

La fotografia artistica, e ora l'AI, non deve per forza riflettere la realtà—quello lasciamolo al reporter. Il loro compito è veicolare un’intenzione profonda. Ed è qui che l'AI apre una serie di domande nuove: non è in gioco la verità dell'immagine, ma chi è l'agente creativo? E dove finisce l'intenzione concettuale quando l'immagine

spunta fuori dai dati?

L’AI è l’ultima mutazione del linguaggio visivo, fa parte di una lunga storia che va dal dagherrotipo al pixel. Il suo impatto, però, non è affatto solo tecnico; è, in primis, concettuale. E questo vale per tutte le tecnologie che hanno rimesso in discussione la verità dell'immagine: dal video artistico, che ha anticipato la manipolazione e l'uso non documentario, all'Intelligenza Artificiale. Questa evoluzione ci ha portati, di fatto, alla post-fotografia, a un’immagine che non nasce più dalla luce impressa sulla pellicola o sul sensore, ma dalla manipolazione di archivi e dati. Pensaci, proprio come la macchina fotografica non scatta da sola, l’IA non crea arte se non c’è un artista a farle da regista concettuale. L'algoritmo non può avere un'intenzione; l'artista, quello sì.

Questo ci impone di riconsiderare tutto, specie il rapporto tra immagine e credibilità. Insomma, smonta le nostre certezze—ed è proprio in questa instabilità che, secondo me, l’arte trova il suo compito più attuale.

La vera complessità, però, arriva adesso. La sfida, in realtà, è doppia: l’artista porta l’intenzione attiva, quella consapevole. Ma il dataset su cui si addestra l'AI ha già una sua "intenzione latente," un sedimento di bias culturali e stili passati.

La vera complessità, però, arriva adesso. La sfida, in realtà, è doppia: l’artista porta l’intenzione attiva, quella consapevole. Ma il dataset su cui si addestra l'AI ha già una sua "intenzione latente," un sedimento di bias culturali e stili passati. L'AI, volente o nolente, li riproduce e li amplifica, e questo ci riporta dritti alle questioni scottanti di copyright e rappresentazione.

Questo intreccio—tra l'intenzione umana e quella algoritmica—ci mostra che ogni rivoluzione tecnologica, dalla nascita della fotografia al digitale, ha sempre riscritto lo statuto dell’immagine. Non dimentichiamoci che il ready-made, l'appropriazione, non sono novità nell'arte; è una pratica consolidata da oltre un secolo! Però, sebbene il principio del riutilizzo sia lo stesso, il dibattito sull'AI rivela una differenza di scala, meccanismo e trasparenza che, onestamente, non possiamo ignorare.


E noi, come gallerie? Beh, la nostra funzione è creare uno spazio critico, luoghi fisici dove l’immagine, non importa da dove arrivi, possa essere decodificata e discussa. Lo spazio fisico è insostituibile: è l'esperienza sensoriale, il luogo del corpo. Ma il digitale ci permette di ampliare la sperimentazione. Oggi, non dobbiamo scegliere tra il corpo e l’algoritmo. Dobbiamo creare un ponte, un confronto critico.

In fondo, l’AI non sostituirà mai l’arte, la sta rimettendo in questione. E questo, è un gesto profondamente artistico.


VS: Se Matria fosse un gesto, quale sarebbe? Un abbraccio? Una frattura? Un salto nel vuoto? O qualcosa di più quotidiano, come il gesto di preparare il tè per un ospite?


LS: Mi piace pensare che Matria è un gesto di sospensione, un invito a fermare la corsa e a sottrarsi alla logica del consumo per aprire uno spazio-tempo diverso, più poroso, dove tornare a sentire.

Non si tratta solo di un atto individuale, ma di una pratica collettiva: un tentativo di attraversare le fratture del nostro tempo e di riconvertirle in possibilità di incontro.

In questo senso, Matria raccoglie l’eredità del pensiero di Georges Braque — "L’art est une blessure qui devient lumière."— non come consolazione, ma come movimento verso l’altro.

L’arte diventa un processo di empatia e connessione, capace di ricostruire il senso e restaurare i sensi, di restituire al corpo e allo sguardo la loro capacità di percepire, riconoscere, toccare.

È un gesto di resistenza e di cura, un luogo dove l’esperienza estetica si fa pratica di prossimità, e dove il contatto umano torna a essere la materia prima dell’esistenza.




di Vertigini Studio

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UN’INTERVISTA IMMAGINARIA FIRMATA VERTIGINI STUDIO

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