- 15 gen
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Fata Morgana: "Memorie dall’invisibile" a Palazzo Morando.

La Gola, 2024 [Still] digital video transferred from 35mm film CGI animation, color, sound
Duration: 22 min 22 sec © Diego Marcon Courtesy the Artist; Sadie Coles HQ, London; Galerie Buchholz, Berlin/Cologne/New York; Kunstverein Hamburg; Kunsthalle Wien; and Centre d’Art Contemporain Genève for BIM ’24
Si è appena conclusa una delle mostre più affascinanti e significative del 2025: Fata Morgana: memorie dall’invisibile a Palazzo Morando.Ci sono mostre che non si visitano: si attraversano. Fata Morgana: memorie dall’invisibile, a Palazzo Morando, è stata una di queste. Non propone una tesi, ma attiva un campo energetico. È un atlante dell’oltre, un archivio vivente di immagini che non rappresentano il mondo ma lo ricevono, lo canalizzano, lo trasmettono. Come se l’arte, qui, funzionasse più come una tecnologia sensibile che come un linguaggio.

Ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi e curata da Massimiliano Gioni, Daniel Birnbaum e Marta Papini, la mostra è nata in dialogo profondo con il luogo che l’ha ospitata. Palazzo Morando non è stato un semplice contenitore, ma un vero acceleratore concettuale. Dimora della contessa Lydia Caprara Morando Attendolo Bolognini – collezionista di saperi esoterici, spiritisti e “proscritti” – il palazzo si è rivelato la soglia perfetta per un progetto che mette in crisi la separazione tra conoscenza razionale e sapere intuitivo, tra archivio e visione, tra storia e trance.

Il titolo evoca Fata Morgana, maga ambigua e figura liminale, ma anche il poema visionario di André Breton del 1940, scritto in esilio. In entrambi i casi, si tratta di un territorio instabile: un miraggio che non inganna, ma rivela. La mostra ha assunto questa instabilità come metodo curatoriale. Non dimostra, non spiega, non normalizza. Ascolta.
Le oltre duecento opere in mostra – tra dipinti, film, fotografie, oggetti rituali, diagrammi, documenti e apparizioni – hanno composto una costellazione di medium, mistiche, visionarie, outsider, artiste e artisti contemporanei che, dall’Ottocento a oggi, hanno tentato di dare forma a ciò che non ha forma. Non una storia lineare, ma una rete. Un sistema di trasmissioni.

Il cuore pulsante del percorso è stato il nucleo straordinario di sedici dipinti di Hilma af Klint, presentati per la prima volta in Italia in modo così esteso. Qui l’astrazione non nasce come esercizio formale, ma come risposta a un mandato ricevuto. Le sue tele non sono immagini: sono interfacce cosmiche. Guardandole oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi generativi, è impossibile non leggerle come prototipi di un’arte post-autoriale, dove l’artista diventa antenna, medium, nodo di una rete più ampia.
Attorno a questo centro hanno gravitato figure radicali e spesso marginalizzate: Georgiana Houghton, Annie Besant, Emma Kunz, Eusapia Palladino, fino ad arrivare a Maya Deren, Carol Rama, Chiara Fumai, Judy Chicago, Kerstin Brätsch, Marianna Simnett. Una genealogia femminile potentissima, che riscrive la storia dell’arte come storia di corpi sensibili, stati alterati, pratiche di ascolto. Una contro-storia in cui il sapere passa attraverso la vulnerabilità, la trance, l’immaginazione.

In Fata Morgana l’invisibile non è stato evasione, ma strumento critico. In un presente saturo di immagini, deepfake e simulazioni, la mostra ha suggerito una domanda urgente: e se fossimo tutti medium? Ricettori e trasmettitori di flussi, dati, visioni? E se l’arte, come l’AI, non fosse più solo produzione di contenuti, ma costruzione di mondi possibili?
Ora che Fata Morgana si è conclusa, resta ciò che ogni esperienza realmente trasformativa lascia dietro di sé: uno spostamento dello sguardo. La mostra non chiede di credere. Chiede di sospendere. Di restare nel dubbio. Di abitare l’intervallo. Non offre risposte, ma apre porte. E una volta attraversate, tornare indietro non è più un’opzione.
di Veronica Mazziotta




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