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  • 4 nov 2025
  • Tempo di lettura: 8 min

Aggiornamento: 2 dic 2025

November 03, 2025

Tra doppi e sguardi,

Cornelia Hedinger

Intervista con CORNELIA HEDINGER





In bilico tra realtà e costruzione, Cornelia Hediger mette in scena un dialogo intimo con la propria immagine, esplorando i confini tra identità, percezione e rappresentazione. Attraverso i suoi autoritratti frammentati e i fotomontaggi analogici, l’artista svizzero-americana indaga la tensione tra il vedere e l’essere visti, tra la presenza fisica e la proiezione mentale. In questa conversazione con Erica Sanfratello, Hediger riflette sulla forza dello sguardo femminile, sul suo rapporto con la pittura classica e sul valore dell’artigianalità artistica in un’epoca sempre più dominata dalle immagini digitali e dall’intelligenza artificiale.



ES: In molte delle tue opere si percepisce una forte consapevolezza dello sguardo:

sia quello dello spettatore, sia quello che intercorre tra le figure che coesistono

all’interno dello stesso spazio visivo. Come interpreti e utilizzi il concetto di

sguardo nelle tue composizioni? Cosa significa per te mettere in scena l’atto del

guardare e dell’essere guardati nelle tue fotografie?


C.H: In un progetto precedente intitolato The Doppelgänger—un corpo di lavori che

ho sviluppato nell’arco di sei anni—sono diventata particolarmente consapevole dello

sguardo, soprattutto attraverso la lente della mia identità di donna. In quanto

soggetto e autrice allo stesso tempo, trovandomi davanti e dietro la macchina

fotografica, mi sono sentita profondamente coinvolta con la nozione di female gaze

(sguardo femminile). Questa doppia posizione richiedeva una costante negoziazione

tra il vedere e l'essere vista.

Il progetto esplorava il terreno della mente conscia e subconscia, con il mio dialogo

interiore che si manifestava visivamente attraverso immagini accuratamente costruite.

Ho messo in scena incontri tra me stessa e il mio Doppelgänger—una controparte

immaginaria che fungeva da specchio e da alter ego. In queste interazioni, non mi

limitavo a rappresentare una dualità, ma creavo attivamente una connessione tra due

aspetti del sé. Sul set, questo significava guardare in uno spazio vuoto, un’assenza

dove in seguito sarebbe apparsa la mia controparte, e costruire una connessione

emotiva con una presenza che non era fisicamente lì.

Quando quello sguardo falliva, l’immagine perdeva vitalità. Anche con una precisione

tecnica impeccabile, la fotografia risultava piatta. Era evidente che il successo

dell’immagine dipendeva dallo scambio energetico implicito tra i personaggi. Stavo

esplorando lo sguardo tra le figure presenti nell’immagine, ma al contempo ero

consapevole che quelle immagini sarebbero state poi osservate attraverso lo sguardo

di un pubblico. Questo aggiungeva un’ulteriore dimensione: lo sguardo dello

spettatore.

Sono particolarmente consapevole di come le rappresentazioni del corpo femminile

vengano percepite in modo diverso a seconda dello sguardo, maschile o femminile, di

chi guarda. Il corpo della donna, visto da occhi maschili o femminili, porta con sé

storie, aspettative e proiezioni diverse. The Doppelgänger è così diventato un’indagine

stratificata—non solo sul sé e sull’altro, sul conscio e l’inconscio—ma anche sulla

percezione, sull’autorialità e sul potere molteplice dello sguardo.





E.S: Parlando di Homage, hai scelto di lavorare a partire da capolavori iconici

della pittura occidentale. Come selezioni le opere a cui rendi omaggio? Esiste un

legame specifico che senti con queste immagini storiche?


C.H: Le immagini con cui scelgo di lavorare sono quelle con cui sento un legame

profondo, emotivo e intuitivo. Sono opere che osservo da oltre vent’anni, lavori ai

quali continuo a tornare nel tempo.

Anche se inizialmente non avevo l’intenzione di selezionare opere legate a un preciso

movimento artistico, molti dei dipinti che ho scelto come punto di partenza per la mia

pratica si ricollegano alla Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività). Non è stata una

scelta consapevole, ma piuttosto un allineamento naturale, seguendo il mio istinto e

la mia inclinazione emotiva.

Le opere che mi attraggono sono invariabilmente figurative. Sono affascinata dalla figura umana e dalla sua capacità di esprimere stati emotivi complessi, narrazioni sottili e un profondo senso di presenza. Molte di queste immagini hanno un particolare peso emotivo per me, risuonano in un modo che sento profondamente personale e duraturo.

Un momento, in particolare, è impresso nella mia memoria: durante gli anni

universitari ci venne mostrato il lavoro di Hans Bellmer. L’impatto emotivo delle sue

immagini fu così intenso che scoppiai a piangere. Ero sopraffatta. Quel momento

cristallizzò qualcosa di essenziale per me: il potere di un’opera d’arte risiede nella sua

capacità di smuovere qualcosa dentro di noi che non può essere pienamente

articolato. È questo tipo di incontro emotivo che ancora oggi alimenta il mio legame

con un’immagine, rendendola non solo memorabile, ma anche profondamente

significativa.



E.S: Neue Sachlichkeit, o Nuova Oggettività, ha chiaramente influenzato il tuo

lavoro, eppure introduci elementi più surreali e fantastici. Cosa ti attrae del loro

approccio e come lo reinterpreti nella tua pratica?


C.H: Sono attratta dalle immagini che offrono una nuova prospettiva sulla realtà.

Immagini che si discostano da ciò che ci aspettiamo comunemente nella vita

quotidiana. Mi affascinano le visioni che mi mostrano qualcosa che non ho mai visto

prima, che contengono un elemento di sorpresa e che aprono a un modo nuovo e

inaspettato di guardare il mondo.

Nella mia pratica cerco di creare immagini che non riflettano la realtà così come la

conosciamo, ma che introducano qualcosa di estraneo, di inatteso. Mi interessa

sconvolgere l’ordinario, proporre qualcosa che metta in discussione la percezione e

susciti curiosità.

Pur sentendomi vicina al Surrealismo e alle sue qualità oniriche, ciò che conta per me

è la narrazione. Più di ogni altra cosa, valorizzo una narrazione forte, capace di

trasmettere emozione, complessità e significati che vadano oltre ciò che è

immediatamente visibile.





E.S: Il tuo lavoro in Homage può essere visto come una forma di rivendicazione del

canone visivo occidentale. È tua intenzione “riscrivere” o “interrogare” queste

immagini attraverso la tua prospettiva e la tua tecnica?


C.H: Non cerco di riscrivere le immagini che scelgo. Sono per me una fonte di

ispirazione. Ammiro profondamente questi dipinti e amo passarci del tempo;

guardarli da vicino, riflettere su di loro e chiedermi come posso tradurli in immagine

utilizzando la mia esperienza e la tecnologia a mia disposizione oggi.

La maggior parte di questi dipinti è stata realizzata circa un secolo fa, tra la Prima e

la Seconda guerra mondiale, in un paese in cui non ho mai vissuto. Il nostro lavoro è

sempre plasmato dalle nostre esperienze personali, e sebbene le mie immagini si

basino su quei capolavori, hanno una vita propria. Esistono in modo autonomo, pur

rendendo omaggio e mostrando rispetto verso le opere originali.


E.S: Artisti come Cindy Sherman e Yasumasa Morimura hanno anch’essi

reinterpretato i grandi maestri. Quali ritieni siano le differenze fondamentali tra il

tuo approccio e il loro?


C.H: Pur conoscendo la serie History Portraits di Cindy Sherman, non so cosa l’abbia

spinta a realizzare quelle immagini. Nel suo caso, fa ampio uso di oggetti di scena,

costumi e trucco. Per quanto ne so, nella sua opera non ci sono elementi pittorici:

sembra essere interamente basata sulla fotografia.

La mia pratica si sta invece spostando sempre di più verso i media misti. Anche se il

risultato finale è un’immagine stampata su carta fotografica, molti componenti sono

dipinti. Creo montaggi che uniscono elementi fotografici e pittorici. Il processo

prevede l’assemblaggio manuale dell’immagine—taglio e incollaggio con forbici e

colla—prima di rifotografare il collage finito per ottenere un file ad alta risoluzione da

stampare.



ER: L'autoritratto sembra essere un filo conduttore forte che attraversa tutto il tuo

corpus di opere. La tua presenza è costante, ma mai univoca: moltiplichi e

frammenti la tua stessa immagine. Penso in particolare alla serie Doppelgänger.

Puoi raccontarci qualcosa in più su questa scelta e su cosa significhi per te

esplorare il tema del doppio in questo modo? Lo consideri un lavoro

autobiografico, una performance dell’identità, o piuttosto un’indagine psicologica?


C.H: Ogni progetto su cui lavoro è una continuazione del precedente. Passo a un

nuovo ciclo di lavori quando comincio a sentirmi limitata dal metodo utilizzato. Fin

dal giorno in cui ho preso in mano una macchina fotografica, ho lavorato con

l’autoritratto. Racconto storie attraverso personaggi che mettono in scena una trama

e diverse versioni di me stessa.

Sono affascinata dal concetto di Doppelgänger. Per rappresentare più versioni di me

in un’unica immagine, ho voluto evitare Photoshop o manipolazioni digitali. Ho scelto

invece una tecnica che prevede di smontare il set, fotografarlo a sezioni, e poi

ricomporre quelle sezioni in una griglia, come nel lavoro a nove pannelli Hedwig and

Hermine presente in questa mostra.

Questo approccio mi permette non solo di apparire più volte nella stessa immagine,

ma riflette anche la natura frammentata del sé: il conscio e l’inconscio, l’io e l’alter

ego. Mi esibisco davanti alla macchina fotografica. Penso all’emozione, alla postura,

all’espressione del viso, allo sguardo. A volte affronto lo spettatore direttamente; altre

volte interpreto una scena, consapevole di essere osservata.

Tutto il mio lavoro nasce da esperienze personali, è plasmato dalla mia infanzia e dal

mio percorso di crescita. C’è, senza dubbio, un elemento autobiografico in ogni cosa

che faccio.



E.S: Hai mai sentito una connessione con artiste come Janieta Eyre, che usano

anch’esse la moltiplicazione del sé per sfidare le nozioni fisse di identità?


Conosco il lavoro di Janieta Eyre. L’ho scoperto per la prima volta in una galleria di

New York più di vent’anni fa, e sono stata immediatamente spinta a saperne di più. Il

suo lavoro risuona in me, principalmente perché è radicato nell’autoritratto. In alcune

opere, appare più volte all'interno della stessa immagine e c'è una forte carica

emotiva in tutto il suo lavoro. Dai titoli delle sue immagini sembra che si confronti più

con il concetto di gemella piuttosto che con quello di Doppelgänger.


ES: C’è spesso una forte tensione emotiva nelle tue immagini – in particolare nelle

interazioni silenziose tra i tuoi “doppi”. Come costruisci quest’atmosfera interiore

nei tuoi fotomontaggi? Ti interessa esplorare le dinamiche di potere interne tra le

diverse sfaccettature del sé che rappresenti?


C.H: Quando mi preparo a scattare, entro nel personaggio. Sto interpretando una

scena, e ciò che lo spettatore vede è un fermo immagine, un singolo istante di quella

narrazione. Parlo a me stessa mentre lavoro, mi racconto storie per aiutarmi a

esprimere un’emozione specifica.

Nel progetto Doppelgänger in particolare, esploro spesso il conflitto interiore. Le

scene diventano un dialogo tra diverse caratteristiche della personalità. A volte c’è

tensione; altre volte, un personaggio prende in giro o gioca con l’altro. C’è anche

dell’umorismo in queste immagini.

Le fotografie sono a colori e possono sembrare leggere o accattivanti a un primo

sguardo, ma a un’osservazione più attenta emerge spesso una tensione sottostante,

un attrito psicologico tra i personaggi.



ES: Ti sei mai chiesta cosa accadrebbe se eliminassi completamente la tua figura

da queste narrazioni visive?


C.H: Ho realizzato immagini in cui ho utilizzato solo la mia ombra o il mio riflesso, o

tempi di esposizione lunghi, così che il corpo apparisse evanescente e quasi invisibile.

Eliminare del tutto la figura non mi sembra opportuno in questo momento. È

possibile che un giorno arrivi a creare immagini prive della forma umana. Sono

aperta a lasciare che il lavoro si evolva come deve. Ma per ora, mantenere la

presenza del corpo—anche solo parziale—è una parte istintiva del mio processo.


ES: La tua tecnica di fotomontaggio analogico è particolarmente sorprendente in

un'epoca dominata dall'intelligenza artificiale. In Homage, per esempio, c'è un

senso molto tangibile di fisicità e lavoro manuale. Potresti spiegarci il tuo processo

creativo - come scegli e assembli le immagini - e dirci cosa significa per te

abbracciare questo approccio manuale in contrasto con la velocità e l'artificialità

delle immagini generate dall'AI?


C.H: l mio approccio è plasmato dalla mia formazione artistica. Sebbene non abbia

una laurea in fotografia, ho conseguito un Master in Belle Arti e ho passato molti

anni a studiare pittura e disegno, accanto alla fotografia. Questa formazione

continua a influenzare il mio modo di pensare e di lavorare. Ultimamente, mi sto

sempre più interessando a incorporare elementi pittorici e costruiti nelle mie immagini

—creando componenti a mano, per poi fotografarli come parte dell'opera finale.

Le immagini in Homage sono create utilizzando tecniche miste. Costruire un

fotomontaggio è un processo lento e riflessivo che mi permette di avere lo spazio per

sperimentare—spesso portandomi a risultati che non avevo originariamente

anticipato. È un po’ come assemblare un puzzle. Imparo qualcosa di nuovo con ogni

pezzo che creo, e non ho alcun interesse a delegare questo processo all'AI.

Una volta scelto un dipinto come punto di partenza, comincio con uno schizzo e

pianifico la mia interpretazione. Decido quali parti fotograferò e quali dipingerò.

Dopo aver prodotto tutti i singoli elementi, li dispongo digitalmente per testare la

composizione e la scala. Quindi decostruisco l'immagine, stampo ogni componente

separatamente, e la riassemblo a mano—tagliando e incollando ogni pezzo al suo

posto. Una volta che quella versione è completa, rifotografo il lavoro per produrre un

file ad alta risoluzione, pronto per la stampa finale.




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UN'INTERVISTA IMMAGINARIA FIRMATA VERTIGINI STUDIO

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